Oggi, ma solo oggi

 Copertina Oggi, ma solo oggi

  

Nota dell’Autore

Ce ne dobbiamo fare una ragione. Nessuno mai si curerà di debellare la zanzara tigre, così come nessuno mai si adopererà per sconfiggere il raffreddore. Non conviene, perché sia la prima che il secondo fanno girare l’economia, favorendo l’industria che si prodiga per commercializzare una quantità di prodotti inutili, oltreché dannosi. Ma tant’è. In fondo non sono che trascurabili disturbi, nient’altro che due piccoli fastidi in un oceano di fastidi – basta guardarsi intorno – che, se li prendi come casi isolati, non sono nemmeno un problema, si perderebbero e non avrebbero nessun valore nel mare magnum dei disturbi e delle lordure che ci sommergono quotidianamente. Il punto è che alla lunga ci creano una sorta di disagio, silente ma corrosivo.

La questione si fa seria quando al diluvio dei banali fastidi si somma quello delle cose che banali non sono affatto. E quando all’improvviso avverti forte il desiderio di mandare tutti a quel paese e cambiare aria senza lasciare traccia di te, vuol dire che, giorno dopo giorno, l’acido solforico delle sozzure ti ha corroso dentro e ti ha già trasformato in un individuo arrabbiato, sfiduciato, brontolone, diffidente e pessimista.

Da anni la madre di una mia conoscente soffre di mielodisplasia. È seguita e curata in maniera ineccepibile e, nel suo caso, data anche l’età molto avanzata, è probabile che la morte sopraggiunga per cause diverse dalla patologia che la affligge.

Sotto attento controllo e per diversi mesi, fino a che ha prodotto gli effetti sperati, le è stato somministrato un farmaco dal costo estremamente elevato, quasi diecimila euro per una confezione di venti compresse; poco meno di cinquecento euro a compressa.

Non lo nego, senza alcun motivo ho pensato male. Non per i medici che, da quello che mi è stato riferito, sono serissimi, attenti e competenti ma perché, a forza di essere bombardato di notizie di corruzione, concussione, interesse privato, ladrocinio diffuso e malcostume in tutte le forme e in tutte le salse, sono diventato come l’individuo di cui sopra: arrabbiato, sfiduciato, brontolone, diffidente e pessimista. E vedo il male ovunque.

Non cito il farmaco né la ditta che lo produce perché non ce n’è alcun motivo e non c’entrano niente con i miei pensieri perturbati, però mi è sorta spontanea la domanda: quanto conviene a una casa farmaceutica che si trovi nelle stesse condizioni avviare nuove ricerche per arrivare alla cura definitiva? E altrettanto spontaneamente mi sono dato una risposta, sebbene dubitativa: forse molto poco se non guadagna abbastanza.

Con questo non voglio davvero lanciare indiscriminatamente strali su tutti i produttori di farmaci, ci mancherebbe, ci pensano già da soli a farsi del male con i loro atteggiamenti spesso non proprio cristallini. Inoltre, se siamo tra i Paesi più longevi al mondo, oltre che del nostro stile di vita è sicuramente merito del Sistema Sanitario Nazionale e dei farmaci che assumiamo. Non voglio avere a priori atteggiamenti iconoclastici né, in maniera decisa, voglio farmi sviare dalle decine e decine di conferenze, saggi, studi, denunce che si possono trovare sui media e in Internet contro tutto il mondo industriale. Semplicemente ascolto, guardo, valuto, giudico e talvolta fantastico. E se il mio ascoltare, guardare, valutare, giudicare e immaginare mi portano a inventare delle storie strampalate, supportate però da tutto ciò che davvero mi circonda, che ci posso fare?

Se lo schifo a cui – io, come voi – assisto quasi tutti i giorni e di cui ho testimonianza diretta o indiretta mi induce a sognare vie di fuga e a vagheggiare vendette impensabili e soluzioni incredibili, forse non è del tutto colpa del mio pensiero perturbato.

Le vicende qui narrate sono quindi interamente frutto della mia fantasia. Ogni riferimento a persone o fatti è da ritenersi pertanto del tutto casuale. La casa farmaceutica che con le sue esose pasticche ha mantenuto in vita la madre della mia amica non è che un prestito letterario, così come i personaggi, che sono tutti di fantasia ad eccezione di Beppe, mio amico di infanzia, pianista valdostano che ho inserito in un contesto completamente immaginario.

Invece i fatti di corruzione, o presunta tale, da me citati sono fatti reali, accertati o in fase di accertamento da parte della magistratura, che ogni lettore può trovare liberamente fra le cronache di qualsiasi quotidiano. Altrettanto reali sono gli episodi di bassa corruzione – passatemi il termine – che cito e di cui sono giunto a conoscenza; episodi che danno l’esatta misura del degrado a cui siamo giunti.

I luoghi salvifici sono quelli della mia infanzia, la Valle d’Aosta. Un ritorno alla purezza dello spirito, direbbe subito un analista. Qui non ho inventato nulla anche se ho eseguito un’operazione di copia-incolla, prima mentale e poi geografico, spostando paesi e valli ad uso e consumo della mia storia.

Il viaggiatore che dovesse percorrerli non li troverebbe così come li ho descritti.

 

 

La scrittura di Marco Rodi in “Oggi, ma solo oggi” di Maria Mazzarino

 Marco Rodi, nostro concittadino dall’età di 14 anni, quando da Aosta la sua famiglia si è trasferita a Livorno, ha cominciato a pubblicare le sue storie nel 2007, dopo aver lasciato l’insegnamento dell’informatica esercitato in diverse scuole di quella che ben presto è diventata la città della sua vita, la città in cui ha incontrato Danila, sua moglie, e in cui è nata sua figlia Silvia.

Aosta però è rimasta nel suo ricordo e in questo suo libro, il quinto da lui scritto e pubblicato da allora, “Oggi, ma solo oggi”, le montagne della valle, la città stessa, la tipologia della gente che vive lassù, quei boschi, il fiume Dora, sono l’ambiente in cui il Dottor Mario Rossi, il protagonista del suo romanzo, trova se stesso e finalmente riconosce il percorso del suo futuro.

“Oggi,ma solo oggi” è la storia di un uomo solo, vissuto in un contesto familiare e sociale che gli ha consentito di raggiungere alti livelli professionali, di dirigere un importante centro sperimentale di ricerca scientifica con risultati straordinari, ma che lo ha privato di quella ricchezza che l’amore, la comprensione, i segreti dell’intimità dei veri sentimenti soltanto possono donare.

Mario Rossi si libera della consapevolezza di questa sua privazione e dei suoi conflitti quotidiani con un contesto familiare che non gli appartiene per mentalità e scelte di vita, per ambizioni e vanità, soltanto grazie all’impegno personale che egli dedica alla ricerca scientifica ed alla sperimentazione, coadiuvato in questo dalla sua unica amica e collega, compagna di studi prima e di lavoro poi.

Marco Rodi ha scelto per il suo protagonista un nome, che è già un preavviso della sua futura consuetudine all’acquiescenza, all’accettazione di ciò che altri gli impongono, alla resa, alla rinuncia di sé e delle sue scelte, collocandolo agli occhi del lettore in una banalità senza speranza, nonostante egli sia uno studioso, un instancabile ricercatore, uno scienziato mosso, può sembrare senza particolari ambizioni personali, dal bisogno di trovare una risposta alle sue intuizioni scientifiche e da una quasi inspiegabile ansia di radicale correzione dell’andamento viziato e corrotto della società in cui peraltro vive e ai cui precetti si è adattato.

Questa è la prima contraddizione presente nel suo profilo, una contraddizione insolita dato il suo comportamento abituale, grazie alla quale si sveglia un giorno con una scelta decisa e apparentemente di nessun peso: quella di fare in macchina, anziché in aereo, un lungo viaggio che da Roma dovrà portarlo ad un importante convegno in Svizzera.

Questa decisione, alla quale, visto il maltempo di quei giorni, si oppongono tutte le brave persone che lo circondano, assumerà, a posteriori, un rilievo straordinario e determinerà un nuovo esordio della sua vita.

Una sola volta Mario Rossi aveva fatto una scelta analoga ed aveva provato a liberarsi dagli impedimenti di un sistema che lo soffocava, ma allora non era riuscito a mantenere il suo proposito ed a conseguire il suo scopo, rientrando nel grembo della sua agiata situazione familiare.

La scelta presa in quella inclemente mattina in cui doveva partire per il viaggio in Svizzera però non era cambiata e il viaggio incominciava così, in una ridda di pensieri tra i quali quello dominante era l’interrogativo più assillante: perché, senza un motivo preciso, si sceglie di prendere un percorso piuttosto che un altro?

Con pensieri come questi da cui nascevano ora memorie di vita, fino a quel viaggio assenti o rimosse, Mario Rossi partiva e non immaginava certo di quali fatali eventi si sarebbe connotato il suo percorso.

 

Ecco la capacità affabulatoria di Marco Rodi, scrittore e romanziere.

Così incomincia questo suo libro. Ma, fin dalle sue prime opere, l’inclinazione naturale di Marco a investigare sulla psicologia dei suoi interlocutori si è tradotta in sottile analisi dei personaggi che a mano a mano inventava e costruiva

Così nel primo libro “Il sentiero tra due isole”, nel secondo “24 foto in una borsetta, e nei tre successivi, fino al protagonista di “Oggi, ma solo oggi”, il dottor Mario Rossi

In ogni romanzo però la storia è impostata in un quadro più ampio, in un quadro sociale che sempre ne è il supporto narrativo e l’occasione per una disamina senza veli dei mali che corrompono il nostro vivere quotidiano.

L’ispirazione di Marco Rodi nasce sempre da una qualunque casualità, un incontro all’isola d’Elba, una vicenda di anarchia e massoneria, raccolta dalle memorie di un’amica, un episodio di malasanità occorso ad un parente, un fatto vero, concreto, vissuto da qualcuno, sul quale nasce una storia di uomini e di donne del nostro mondo, della società in cui tutti noi viviamo, per cui quella di Marco è, come dice Valeria Serofilli in un suo scritto, “una voce in grado di richiamare l’attenzione sui problemi coevi, senza dimenticare la levità e l’inventiva propria dell’affabulazione”.

 

I temi:

 Il viaggio, tema di molti scrittori di tutti i tempi. Valore simbolico del viaggio, sempre.

La famiglia ed i suoi diversi contesti

La madre.

Le donne.

Il passato, dimenticato e indimenticabile.

Le memorie e l’infanzia.

La divisa e la vita militare

La natura e la montagna

Importante e molto significativa, in prefazione, la “nota dell’autore”

 

 

Cap. 1 Il fiuto del segugio

 

 Il cognome uno se lo ritrova appiccicato da generazioni, il nome no. Però la responsabilità sa a chi darla.

Se il tuo cognome è Rossi puoi solo prenderne atto, ma se con un cognome simile ti appioppano il nome Mario allora dovresti allarmarti. Certo, all’inizio non puoi farlo, sei appena nato e non capisci niente né riuscirai a farlo in seguito anche se, nel momento in cui comincerai a connettere, altri segnali dovrebbero andare a sommarsi a quello del nome. Comunque per te il destino sarà già segnato e le parole oggetto e inutilità non dovrebbero suonarti che minacciose.

 Quando quella mattina si era svegliato, mai e poi mai avrebbe immaginato gli eventi che in quella giornata si sarebbero succeduti.

Per lui, Mario Rossi, quella era una giornata come le altre, un po’ più movimentata del solito, ma niente avrebbe dovuto essere diverso dalla normale routine. Il giorno successivo invece sarebbe stato fondamentale, quello sì che avrebbe portato delle conseguenze. Non aveva avuto alcun segno premonitore, nessun indizio, niente di niente. Forse avrebbe dovuto scavare nel profondo delle viscere della sua psiche e interrogarla, così come facevano gli antichi greci con l’oracolo prima di una battaglia o di una decisione importante. Invece si era disinteressato di lei, della psiche. L’aveva sempre trattata come una Pizia, una specie di scaltra meretrice prezzolata, pronta a raccontargli, dietro compenso, le frottole più incredibili solo per indurlo in dubbie tentazioni.

Bisogni… bisogni interiori…

Del resto, cosa avrebbe dovuto aspettarsi? Aveva imparato bene la lezione, diventando assolutamente sordo ai moti dell’animo e facendo della logica la sua più fedele, sebbene gelida, consigliera.

Brutta storia quella dei bisogni, meglio girare alla larga.

I bisogni interiori sono proprio come le cattive compagnie, ti portano alla perdizione. Così aveva fatto fino ad allora, e avrebbe continuato se solo quella orribile giornata invernale fosse scorsa come tutte le altre, uguali in tutto e per tutto come le bambole della stessa marca sugli scaffali di un centro commerciale, a ridosso delle vacanze natalizie. Invece no, quella sarebbe stata una vigliacca di giornata e lui si era fatto cogliere impreparato, ignorando che anche loro sono lunatiche e, come le isteriche, capaci di giocarti brutti tiri.

Con il senno del poi, avrebbe potuto affermare che forse ogni nuovo giorno andava annusato, che bisognava affacciarsi subito alla finestra, freschi o sconvolti dalla nottata trascorsa, ancora con il pigiama addosso, i capelli per aria, le occhiaie e i segni del cuscino sulle guance, e respirare profondamente.

Respirare… Respirare… Una… due... tre volte. Avrebbe dovuto sentirla quell’aria e avvertirne o meno la pericolosità.

Invece non l’aveva fatto e, ignaro di tutto, si era comportato come sempre.

L’ignorare quello che si ignora è una tautologia, ma non certo una scusa o un valido motivo di giustificazione. Se un animale qualunque non fiuta l’aria e non avverte il pericolo, è morto. Esattamente come un manovale che decida di arrampicarsi su una impalcatura traballante senza imbracatura o senza l’elmetto protettivo.

Tanto lo faccio tutti i giorni e sono abituato. Va bene, d’accordo che sei abituato e che lo fai tutti i giorni, ma c’è il giorno bizzarro, quello bastardo, che sta lì in agguato pronto a fregarti...

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