Professore, adesso mi fai incazzare

E' un lavoro diviso in tre parti:

  • La prima dal titolo Pillole di veleno quotidiane è una raccolta di episodi che mia moglie, insegnante anche lei, mi ha raccontato, nel corso del passato anno scolastico, tornando a casa dopo aver fatto lezione ad una classe di... scegliete voi il termine.
  • La seconda In punta di fioretto sono alcuni degli episodi più significativi capitati a me nel corso della mia carriera di insegnante.
  • La terza Dei commenti e delle osservazioni (Visto da Lacan a cura del dott. Virginio Baio)

 


 

Un capitoletto dalla prima parte: La canottiera

Oggi sto proprio facendo una gran fatica.

Mi destreggio nel caos di sempre senza neanche sapere come io riesca a farlo. Qui dentro è un bailamme completo.

Quello si alza, l’altro ti chiama, quello accende il cellulare mentre un altro urla a gran voce. Chi getta la carta in terra, chi va al cestino e passando rifila un cazzotto al compagno, chi fa le bolle con la gomma da masticare, chi prende il quaderno al vicino, chi non ha la penna e chi non la vuol prestare. Ma guarda quella! Ha tirato fuori il panino e l’Estatè e sta smollicando sulla tastiera.

- Beatriceee non si mangia in laboratorio e non è l’ora dell’intervallo! Metti via la merenda! - , urlo indispettita.

[…]

Ho come l’impressione di essere una domatrice in una gabbia di bestie feroci; una domatrice senza però l’energia sufficiente a tenere a bada le sue fiere. E dire che sono piccole fiere di quattordici, quindici anni al massimo! Ma questi, fino ad oggi, a scuola non ci sono mai andati? Ma alle medie, come si comportavano? E a casa, cosa fanno?

Sembrano piccoli selvaggi senza regole, allevati allo stato brado, incapaci di gestirsi e di comunicare tra loro e con gli altri, se non alzando la voce ed insultandosi.

Sono costernata e demoralizzata.

[…]

Mi devo essere distratta pensando a queste cose perché solo ora mi accorgo di Denis che all’improvviso mi passa davanti alla cattedra per andare verso un compagno.

L’effetto degli psicofarmaci che i genitori gli fanno prendere per farlo stare più tranquillo, deve essere finito. Con un permesso speciale, entra sempre alla seconda ora con lo sguardo annebbiato e mezzo imbambolato; poi, piano piano, l’effetto finisce e comincia a diventare inquieto.

[…]

Stamani, sopra un paio di jeans, indossa una bella canottiera da mare. Del resto il tempo è bello, fa caldo e, di fatto, siamo ancora in estate.

- Denis, a scuola non si viene in canottiera -, mi viene spontaneo dirgli.

Forse non sarò più alla moda e quindi concedetemi di andarmene in pensione, perdinci, ma ho sempre ingaggiato delle battaglie furibonde con gli studenti che vengono in classe con un abbigliamento balneare: pantaloncini corti, canottiera, cappellino, occhiali da sole e gomma da masticare.

- Ah siii?? -, mi risponde imperturbabile, - Non si può stare in canottiera? Allora me la levo! -

Detto fatto. In meno di un secondo è tranquillamente a dorso nudo.

Non oso pensare cosa sarebbe successo se, invece della canottiera, quel giorno avesse indossato un paio di pantaloni corti.

-Bene -, gli rispondo in maniera flemmatica, - Ora che hai fatto il tuo show, ti puoi anche rivestire. Grazie Denis! -

 


 

Ed un capitoletto dalla seconda parte: Le formule del sesso

Ero un giovane insegnante di matematica, trentenne, coniugato e con una figlia piccola, quando, quell’anno, mi fu affidata una classe, in un istituto professionale, composta tutta da studentesse.

Le ragazze erano piuttosto vivaci e poco inclini allo studio.

Alice era la più carina della classe, la più emancipata, la più disinibita. Sempre seducente e provocatoria, non perdeva occasione per mettere in mostra la sua disinvoltura. Lei era quella che faceva tardi la sera, che andava a ballare, che fumava, che aveva il ragazzo grande che l’attendeva all’uscita di scuola con la macchina sportiva. Del resto, anche le compagne, quanto a comportamenti, si facevano notare eccome!

- Professore, guardi cos’ha lei nella borsa! - , urlò una volta un’allieva mostrandomi un preservativo sottratto dalla borsetta della compagna

[...]

Come volle iddio, arrivammo alla fine dell’anno e all’ultimo compito in classe, quello, per molti, risolutivo, in una situazione dove, oltre ad essermi foderato gli occhi di prosciutto, avevo ulteriormente aggiunto un bel paio d’occhiali da sole dalle lenti scurissime!

Il giorno del compito, classe schierata al gran completo, visi attenti ed occhi ansiosi, vedo Alice al primo banco (strano) con una vistosa minigonna.

Distribuisco il testo dell’elaborato e mi sistemo in cattedra per la sorveglianza.

Dopo alcuni minuti Alice spalanca completamente le gambe mettendo ampiamente in mostra il suo bel paese delle meraviglie.

- Porca miseria! Ma guarda questa! - , penso imbarazzatissimo, mentre in classe le espressioni delle alunne cambiano e, da serie e concentrate, mi accorgo che faticano a trattenere dei risolini e si scambiano occhiate d’intesa.

Non oso invitare la meravigliosa a stare più composta; significherebbe ammettere che ho guardato, che mi ci è cascato l’occhio e che quindi il giovane professore è arrapato!

Allora mi alzo e comincio a girare tra i banchi mentre, insieme al disagio, comincia a montarmi la rabbia. Passano parecchi minuti, vorrei andarmi a sedere perché mi sono stancato di stare in piedi, ma non posso farlo perché c’è quella cretina con le gambe spalancate e le mutande in bella mostra.

Allora opto per il termosifone sotto la finestra, a lato della cattedra. Lì posso appoggiarmi e controllare la classe da una posizione un po’ più defilata mentre la superba continua imperterrita a prender fresco alle parti intime. All’improvviso con la coda dell’occhio noto un movimento: Alice, sempre quella del paese delle meraviglie, con una rapida operazione della mano, fa scivolare ulteriormente in su la già ridottissima gonna, scoprendo una serie di geroglifici matematici accuratamente riprodotti sulle proprie ben tornite cosce e poi, altrettanto rapidamente, riporta la gonna quei due millimetri più in basso.

Non provo più imbarazzo, ma istinto omicida. Lucido, sebbene infuriato, riuscendo a mantenere una calma da gelo cosmico, mi avvicino alla divina e sibilo:  - Vattene fuori! Il compito è annullato e a settembre sarà il caso che tu venga ben preparata! … Molto ben preparata! -

Cala il sipario sul bel paese delle meraviglie di Alice che, mogia mogia e a testa bassa, ferita nell’orgoglio e nelle sue potenzialità di seduzione femminile, esce dall’aula in un silenzio di tomba, avvolto da una tensione piena di foschi presagi […]

 


 

 

Nota dell’autore

Sulla scuola è stato scritto di tutto. Sul mondo della scuola, da decenni ormai, sparano tutti.

A partire dai mass media dove, a torto, ma anche a ragione, gli insegnanti vengono definiti, tranne in rare eccezioni, impreparati, incompetenti, inadeguati, e dipinti come frustrati, nevrotici e privi di dignità. In ogni caso vengono sempre fatti oggetto di critiche pesanti.

È noto ed evidente che il nostro sistema scolastico fa acqua da tutte le parti e che necessita di un deciso cambiamento di rotta.

Con questo mio scritto non intendo entrare nel merito della discussione che lascio agli esperti.

Intendo semplicemente riferire alcuni dei molti episodi che quotidianamente avvengono tra i banchi di un’aula scolastica.

Tra quegli stessi banchi dove ancora mia moglie si trascina giorno dopo giorno, io ho trascorso buona parte della mia esistenza.

Tutti i fatti narrati sono assolutamente veri.

Per ovvie ragioni di privacy, mi sono limitato ad assegnare ai protagonisti nomi di fantasia.

Riferendomi al turpiloquio, sono stato combattuto a lungo se utilizzare o meno lo stesso linguaggio dei ragazzi. In un primo momento avevo evitato tutte le parolacce, poi mi sono reso conto che sarebbe stato un mascherare la realtà.

Lascio al lettore che abbia la bontà e la pazienza di arrivare in fondo a questo libercolo, la voglia di trarre le proprie conclusioni.

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