Lassù, al cielo hanno rubato le stelle


Se ne stava lì, arrogante ed austero, piantato sulle gambe divaricate, gli stivali lucidi a sorreggere la divisa da centurione.

Il cappello a falde tese della Milizia Portuale, invece del fez, gli poneva parzialmente in ombra il volto severo e lo sguardo altezzoso.   Miliziano

Incuteva paura.

Tutto il suo essere incuteva paura. La postura soprattutto: il busto eretto, la testa elevata, lo sguardo attento, le braccia ancorate ai fianchi, l’espressione torva.

Mosse ed atteggiamenti imparati a memoria e scimmiottati alla perfezione in centinaia di parate.

La sua intera esistenza andava ad aprirsi e chiudersi in quella grigia uniforme, in quei pantaloni alla zuava ed in quei fasci littori, così distintivi, appuntati al bavero della giacca.

Si sentiva un dio quando, al suo passaggio, il timore apriva le folle.

Aveva finalmente trovato un padre ed un credo. Quel padre e quel credo avevano dato luce alla sua persona, riscoperto la sua identità, riconosciuto il suo ruolo.

Fede e silenzio” era il motto.

Si era piazzato alcuni metri discosto da due camicie nere, due subalterni addetti al controllo dei passaporti, al varco di Genova.

Osservava, attento come una fiera, la salivazione abbondante, pronta ad avventarsi sulle prede.

E di prede ce n’erano molte quel giorno, ammassate come gazzelle timorose e vigliacche, decise a guizzare fuori d’Italia per rifugiarsi oltre oceano ed abbandonare la Patria al suo destino.

Traditori!

Se fosse dipeso da lui, avrebbe provveduto a temprare a suon di legnate, le vigliaccherie di quei cialtroni.

Olio di ricino e calci nel sedere!

Invece no! La legge permetteva a quei cani di abbandonare il paese e darsela a gambe levate, proprio nel momento del maggior bisogno.

Vigliacchi!

Ed erano masse informi, dai colori omogenei, di donne, di vecchi e bambini, stipati, ammassati, i fiati sui fiati, i corpi sui corpi.

Si muovevano lente a trascinare le vite racchiuse nel buio di tristi valigie, di un passato che grondava rimpianti e gravava il presente. La speranza, di certo, alleviava il futuro.

Il controllo era attento, minuzioso, snervante. Passaporti girati e rigirati, soppesati, scrutati da occhi di ghiaccio. Il passaggio filtrato al contagocce.

Quel giorno anche lei era lì, una tra tanti, un’ombra tra le ombre. Ed era giovane e bella; il collo ed i fianchi esili, i capelli corti, la carnagione chiara, lo sguardo profondo e smarrito.

Impazienza e timore.

Nei cuori, nelle menti, negli sguardi allungati in avanti a spiare la nave disperdere inquieta i fumi nei venti di guerra, forieri di brutti presagi.

Poco più in là, sui selciati lucidi, scorrevano gli armamenti.

Veloci, rombanti, tra ordini impartiti e clangori metallici, a riempire di morte le stive.

Sfilavano le truppe in righe di otto, coperte, allineate, il passo cadenzato, lo sguardo luminoso.

Si arrestavano improvvise in attesa che il plotone precedente defluisse ordinato.

Ripartivano, subito dopo.

Talvolta intonavano un canto.

Parole inneggianti la patria, la morte, l’onore, gli eroi. Fantaccini spauriti, illusi, spediti al macello.

Vincere e vinceremo!”

Era giunto il suo turno.

- Documenti!-  , ordina una camicia nera ed agita in aria le dita nervose.

Lei esita. La mano le trema, il sorriso invano dissimula un’apparente tranquillità. Ha una bimba avvinghiata alla gonna che la guarda dal basso, il visino tirato all’insù, e non capisce le terribili cose dei grandi.

- Perché andar via? Perché tremi, mammina, di fronte a questi soldati? Perché ti guardano così?-

Ha paura; la stessa che avverte nell’aria, che sente nel vento, che legge negli sguardi.

Un gabbiano vola tranquillo e volteggia indifferente su quelle follie. Lancia il suo grido stridulo di beffarda risata e scappa lontano.

Il soldato gira e rigira quel passaporto, lo soppesa … poi guarda la donna.

La squadra, la fruga, la spia, la scava e … scova … empietà.

- Mettiti lì, da una parte!- , le intima.

Il soldato si allontana; va dall’ufficiale. I due confabulano, bisbigliano, la scrutano.

Di colpo tutti la guardano, la odiano, l’accusano, temono, prendono le distanze.

Sguardi cattivi che paiono dire: - Maledetta! E’ colpa tua! Adesso dovremo attendere, nessuno di noi potrà più partire!-

FezGli stivali si muovono decisi e vengono verso di lei reggendo un sorriso di cattivo trionfo.

Il subalterno lo segue. Tronfio, brilla di ombra riflessa.

La guarda, l’ufficiale, come fosse un cane rognoso. Schifato, con il documento, si percuote una mano.

Le sputa addosso parole roventi come il piombo, sibili d’odio e di gloria imparati a memoria.

- Sei ebrea! Non puoi passare; il passaporto lo teniamo noi! Fila!-

Di colpo è da sola. Lo sa. Non è più parte di niente né di nessuno; essere smarrito, inesistente, infetto come un lebbroso e come tale … braccato.

Non rimane che allontanarsi trascinando valigie pesanti di timori, vuote di speranze, prive di futuro.

Non c’è più casa né lavoro né amici o parenti. Solo una bitta ruvida di salsedine sulla quale sedersi.

Nient’altro.

- Non piangere piccina!-

- Ma io non piango, mamma! Sei tu che piangi! Andiamo via, su, andiamo via!-

La tira una manina, la accarezza, invano ad infondere coraggio mentre, lassù, al cielo hanno rubato le stelle.

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