18° Premio Letterario Montagne d'argento

I racconti della nonna

 

 

Strisce di ricordi dorati

 

Il fatto è che lei, mia moglie, ride e mi prende bonariamente in giro quando mi inebrio avvertendo l’aroma del fieno ed il profumo del letame. Per lei che è nata e vissuta da sempre in una città di mare, quello del letame non può essere profumo. No, davvero!

Qui, quegli odori, non ci sono proprio, non fanno parte dell’ambiente.

Vorrei vedere lei se, sradicata non ancora adolescente dalla sua terra natia, avvertisse all’improvviso gli effluvi delle alghe putrescenti sulla riva. Direbbe che quello non è un cattivo odore, ma che è semplicemente il profumo del mare. Allora inspirerebbe più volte a pieni polmoni e farebbe: “Ahhh! Senti che buono!”. Esattamente come faccio io.

Ma io la lascio dire, anzi permetto che quegli odori primigeni mi trascinino via, mi cullino nei ricordi e mi conducano lassù tra quelle montagne … in quella casa di contadini di tanti anni fa … uno degli ultimi del millenovecentocinquanta.

È in quei momenti che, avvolto da una profonda e struggente tristezza, mi si accendono, come lampi, vivissime immagini dai colori tersi. È come se ne avvertissi ancora gli odori, i sapori, i rumori …

Strisce di ricordi dorati … l’abbeveratoio

dietro casa, il muschio intorno alla vasca, l’eterno borbottio. L’acqua è gelida; zampilla e sguscia via con bagliori d’argento, tra cespugli d’ortica e di menta selvatica.

E lo steccato di legno vecchio, mezzo rattoppato, a cingere l’orto con i suoi cavoli e le patate, le bietole e le cipolle.

Ed il sentiero sconnesso che monta lentamente, con fatica, e si inerpica tra i sassi malfermi, attraverso le antiche mura delle case del piccolo villaggio.

Non ci sono rumori se non lo scrosciare dell’acqua … forse qualche canto d’uccello in cielo, oltre al mormorio lontano del torrente che ruzzola a valle.

Strisce di ricordi dorati … quelle povere case

con il fienile, le mucche e la stalla … Già, la stalla! Piccola, scura, il soffitto basso, il fieno nelle mangiatoie e la fossa nel mezzo per far scorrere via i liquami e la carriola di legno per il letame.

Se ne stavano tutte lì, pacifiche, allineate, nere o marroni, a ruminare per ore, quelle mucche, con i loro campanacci quasi muti.

La Renetta era la preferita dagli abitanti di quella casa. Chissà perché. Forse era la più simpatica. Loro ci parlavano. Io invece, con i miei occhi da bambino, non riuscivo a distinguerla dalle altre se non per una piccola macchia bianca dietro ad un orecchio. La vedevo grande, immensa.

Mucca RenettaLa accarezzavo intimorito sfiorandola appena sul muso o sulla testa stando lontano, il braccio ben steso. Mi vergognavo un po’ agli occhi di lei, Renée, che appena più piccola di me, agile come uno scoiattolo, il musetto sempre sporco e le trecce malfatte, spronandole con un bastone e facendo la voce grossa, le portava fuori nei campi. Poi sedeva da una parte sull’erba con i suoi immensi scarponi scuri, le calze di lana e la veste a fiori, a chiamarle una ad una, mentre, facendo la calza, ne controllava il pascolo insieme a Buk, il suo grosso cane nero.

-  Gina vieni qui! Fragola! Fragola! Gerlaaa! Renetta, Renettaa! Dove stai andando? -  .

Era per lei, la Renetta, e per le sue sorelle mucche, per il latte che produceva ed il formaggio che ne scaturiva, che veniva fatto tutto quel lavoro lassù, lontano, nei campi.

Mi piaceva guardarli, quegli uomini, mentre le mungevano da dietro, seduti su uno gabello di legno e tiravano con forza le mammelle ed il latte schizzava nel secchio con quel rumore preciso, ma indefinibile.

Strisce di ricordi dorati … il fienile.

Ci si entrava dall’alto passando sopra ad un grosso ponte di legno. Il mulo carico di fieno ed il rumore sordo degli zoccoli e gli uomini a vociare per farlo star fermo. Si chiamava Bruno, quel mulo. Noi bambini saltavamo nel fieno, dall’alto, come da un trampolino. E le risate infinite. Per ore.

Strisce di ricordi dorati … il mulo.

Mi piaceva quando mi portavano con loro a tagliare l’erba nei campi. Si partiva presto che l’aria ancora pizzicava le orecchie. Gli uomini reggevano sulle spalle la falce, il forcone e il rastrello. La pietra per affilare la lama, dondolava, invece, appesa alla cintura. Ma era solo durante la salita che mi facevano salire sul mulo.

All’ora del pranzo arrivavano le donne, avvolte nelle scure gonnellone, a portare il pasto ai mariti: pane nero, fontina e mocetta avvolti in un canovaccio annodato e sorretto dalle cocche.

Allora lavoravano tutti insieme fino a sera. Gli uomini con ampi movimenti, lenti e ritmati a fendere l’erba che andava ad adagiarsi aperta come in un ampio ventaglio e la lasciavano lì a seccasi al sole.

Si fermavano di tanto in tanto, ansimanti, ad asciugarsi il sudore o a rifare il filo alle lame. Le donne, invece, la rigiravano, quell’erba, con i forconi o la raggruppavano con i rastrelli in strisce lunghe e dorate.

Ed il mulo carico di fieno; lo portavano giù, fin dentro al fienile.

Strisce di ricordi … quel giorno di sole.

Quel giorno era una bella giornata, tersa, dai vividi colori. Mi permisero di andare al pascolo con lei, Renée, ai margini del bosco.

Sul finire del pomeriggio, la vidi all’improvviso alzarsi in piedi, corrugare la fronte e scrutare pensierosa il cielo.

-  Andiamo! Andiamo! -  , mi disse,  -  Il temporale! -  .

-  Ma quale temporale? -  , le chiesi non vedendo una nuvola in cielo.

-  Ooohh! Ohhh! Gina! Fragola! Gerla! Renetta! OooohhOohhh! -  , cominciò a urlare, incurante delle mie proteste. Richiamava le mucche e, agitando il bastone, le spingenva verso il sentiero.

-  Buk! Buk! Pensaci tu! -  , urlò la piccola al cane ordinandogli di condurre le bestie verso il villaggio.

-  Tieni, mettiti questo! -  , mi disse allora trafelata, tirando fuori una pesante incerata dal piccolo zaino.

-  E tu? -  .

-  Io sono abituata -  , rispose con fare indifferente.

Fu questione di un minuto, forse meno, e neri nuvoloni carichi di pioggia spuntarono all’improvviso da dietro le montagne ad oscurare il cielo. Parve abbattersi la fine del mondo su quella valle che, in un attimo, venne flagellata, tra tuoni e lampi, da un vero diluvio universale.

-  Corri! Corri! -  , mi urlava lei,  -  Corri! -  .

Ma io, cittadino inesperto e spaventato, non riuscivo a starle dietro e scivolavo in continuazione, ora nel fango, ora nell’erba bagnata. Lei allora dovette aspettarmi più volte e più volte fu costretta a tendermi una mano per farmi a rialzare.

Quando giungemmo al ponticello di legno era ormai troppo tardi: il torrente in piena, nella sua furia devastatrice, l’aveva trascinato a valle.

-  Andiamo di qua! Dai corri! -  , mi urlò nel frastuono del temporale.

Attraversammo nuovamente il bosco e poi una radura e poi ancora il bosco fino ai campi dove il fieno era stato raggruppato in lunghe strisce dorate.

-  Aiutami! Prendi quei rami d’abete! Quelli tagliati! Forza! -  .

Con mani esperte, aprì il fieno.

-  Dai, sdraiati lì! -  , mi ordinò.

Io ubbidii. Allora lei cominciò a costruire, sopra di me e tutto intorno a me, una specie di capanna; un grosso cumulo di rami e di fieno. Poi la udii strisciare dentro e sdraiarsi. Tremava tutta, bagnata come un pulcino.

-  Stringiti a me -  , le dissi facendole posto e coprendo anche lei con la sua incerata. Rimanemmo dentro quel misero rifugio, sotto la furia degli elementi, per un tempo che parve infinito e per tutto quel tempo, la udii tossire e battere i denti.

Solo all’alba, gli uomini che ci avevano cercato tutta la notte alla luce delle lanterne, ci trovarono.

Ora Renée non c’è più.

Lassù dove rimanemmo una notte intera, adesso c’è una piccola cappella con il tetto d’ardesia e dei fiori di campo. Al suo interno, una scultura di legno raffigura una bimba nell’atto di coprire con della paglia un altro bambino e pare proteggerlo sotto lo sguardo benevolo di una Madonnina.

Da allora, nella notte del 3 agosto, tutti i bimbi del villaggio vi si recano in pellegrinaggio e ciascuno deposita, lungo quei campi, un cero nuovo.

Si dice che ogni anno, proprio in quella notte, Renée ritorni su quei prati a camminare accanto ai mucchi di fieno. Si dice anche che allunghi una mano e al suo passaggio, s’accendano i ceri ed il fieno si colori di luce dorata.

Per questo quel luogo viene ora chiamato La valle dei mucchi di fieno dorato.

Premio Keltia Albo d’Oro 2009

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