Il giardino delle erbe incolte

Il giardino dalle erbe incolte è un’autobiografia.  

È un percorso duro, spietato, privo di giri di penna, nel quale l’autore, con feroce lucidità, si confronta con se stesso e con il suo passato. Attraverso una cruda narrazione degli eventi, compie un vano cammino alla ricerca di quella giustizia divina che non trova affatto e che lo porta inesorabilmente a imbattersi sempre e solo nell’unica forma di giustizia, inutile e inappagante, che riesce a comprendere: quella umana.

In questo travaglio, non indossa le vesti del giudice, non calca i sentieri della vendetta, non chiede commiserazione, non invoca pietà e non fa sconti a nessuno. Nemmeno a se stesso. Va invece a sedersi sul banco degli imputati, proprio accanto al padre, quel padre eterno, censore feroce e implacabile, dal quale non si è mai realmente staccato e con il quale non è mai riuscito a costruire un vero rapporto. È proprio per questo rapporto mancato che l’autore si confronta con i fantasmi del passato e con la propria coscienza. Sarà il lettore, a un certo punto, che avvertirà, sulle proprie spalle, la toga del giudice. Sarà lui chiamato ad emettere un verdetto. Questo gli chiede l’autore.

La stesura di questo lavoro, nato come risultato finale del corso Graphein presso la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, è avvenuta, per uno strano gioco del destino, nello stesso periodo che ha visto succedersi alla malattia, la morte di entrambi i miei genitori. È andata da sé, dunque, che la struttura del lavoro avesse il taglio proposto.

Riflettevo, alcuni giorni fa, proprio su questo argomento. Sono tornato, solo per alcuni giorni dopo anni di assenza, sull'Appennino Pistoiese. Ho vagato tra quelle valli e quei paesi che solo in apparenza non mi sono mai appartenuti. In realtà, ho frequentato quei luoghi fin da adolescente quando raggiungevo Abetone con il pullman della parrocchia, la domenica mattina. In seguito ci sono andato con gli amici e poi con mia moglie e mia figlia. E così via, anno dopo anno. Ho conosciuto persone, situazioni, storie di vita ormai svanite per sempre e che ho ritenuto non avessero lasciato in me alcun segno. Non è stato così. Tutto invece è permeato. Nel mio solitario meditare, lungo quei sentieri di montagna, ho ripercorso la mia vita, l'ho riscritta idealmente e ne è venuta fuori tutta un'altra storia. E allora non ho potuto fare a meno di paragonare il mio vissuto a un nido, un intreccio di fili di paglia, di storie, costruito attorno a un nucleo centrale.Finestra di Anghiari

Un’autobiografia è una storia di vita; è scegliere una tra le tante pagliuzze e narrarla. La mia è stata una pagliuzza qualunque. Ma se Erving Polster titola un suo saggio Ogni vita merita un romanzo e se ogni esistenza è marcata da quel bagaglio di scelte, di sentimenti, di emozioni, di gioie e di dolori, quel bagaglio ne caratterizza l’unicità ed è anche la miscellanea di una generazione. Per questo accanto al mio nome proprio, Marco, e al cognome canonico di mio padre, ho voluto aggiungere anche quello di mia madre.

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